Odyssey: il galateo nell’antica Grecia

Chi non è rimasto affascinato dalla storia di Odisseo? La recente uscita del di Cristopher Edward Nolan, Odyssey, ci ha riportato, sia che abbiamo visto il film o meno, in un mondo, che per quanto mitico, riflette i principi fondamentali della vita quotidiana in Grecia.

Il “galateo” dell’antica Grecia (anche se il termine “galateo” è rinascimentale, derivando dallo scritto di Monsignor Giovanni Della Casa) era regolato da norme sociali e religiose, che definivano lo “stile” e la condotta del perfetto cittadino, secondo il proprio status.

Uno dei principi base era la Xénia, il sacro dovere all’ospitalità, protetto da Zeus. Un esempio emblematico si trova nell’Odissea di Omero, quando Odisseo naufraga sull’isola dei Feaci. L’istituzione imponeva di non fare domande al forestiero (non chiedergli il nome, da dove venisse o dove fosse diretto), ma semplicemente di accoglierlo, offrirgli cibo, bevande e farlo sentire a proprio agio, ad esempio invitando un cantore per intrattenerlo. L’eredità positiva di questo concetto sopravvive nel termine greco moderno filoxenia (l’amore e l’amicizia verso lo straniero), un’attitudine ancora radicata in Grecia, nel Sud Italia e in generale nel Mediterraneo. Essa celebra l’arrivo dello straniero benintenzionato come portatore di ricchezza, nuove usanze e diversi modi di vedere il mondo. Il sacro vincolo stabilito tra ospitante e persona ospitata veniva sancito con il Symbolon: un oggetto spezzato in due (di solito una tessera in terracotta) le cui metà, conservate dalle famiglie, permettevano alle generazioni successive di verificare il legame di ospitalità facendole coincidere.

Il Simposio (letteralmente “bere insieme”) era il fulcro della vita sociale maschile, un momento sociale strettamente regolato, che si svolgeva nella seconda parte del banchetto. Veniva eletto un Simposiarca (un maestro di cerimonia), che decideva la proporzione di acqua e miele impiegati nella diluizione del vino (i greci consideravano da “barbari” bere il vino puro) e quanti brindisi fare. La conversazione era un’arte: si alternavano canti, indovinelli e discussioni filosofiche. L’eccesso e l’ubriachezza molesta erano visti come una grave caduta di stile e una perdita di controllo.

Come potete immaginare, i greci mangiavano principalmente con le mani. Questo richiedeva un’etichetta ferrea per quanto riguarda la pulizia: ci si lavava le mani prima di mangiare e tra una portata e l’altra con ciotole d’acqua profumata portate dagli schiavi. Per pulirsi le dita dal grasso del cibo non si usavano tovaglioli (l’invenzione di questo “strumento” viene ricondotta a Leonardo da Vinci), ma la mollica di pane (apomagdalìa), che poi veniva gettata a terra per i cani domestici.

Nel mondo greco, il corpo parlava. La postura rifletteva l’anima  e il bello e il buono coincidevano e questo concetto veniva reso con un termine specifico, kalokagathìa. Quali erano i comportamenti considerati opportuni? Già allora guardare qualcuno fisso negli occhi con insistenza era considerato un segno di arroganza e di sfida, non di sincerità. Un uomo libero e raffinato camminava con passo misurato. Correre in pubblico era ritenuto disdicevole e tipico degli schiavi o di chi non sapeva dominare le proprie emozioni. Incrociare le gambe in pubblico, specialmente davanti a persone anziane o di rango più alto, era interpretato come un segno di irriverenza e pretesa superiorità.

Alla stessa maniera, per le donne erano richieste discrezione e misura. La donna aristocratica si muoveva con grazia e calma. La fretta e i gesti scomposti erano considerati poco raffinati. Quando una donna sposata usciva in pubblico (cosa che accadeva raramente nelle classi più elevate), copriva il capo con un velo (krédemnon). Era un simbolo di rispettabilità e status sociale. Curiosità: nell’antica Grecia esisteva una specifica magistratura a cui era affidato il controllo dell’ordine pubblico e della disciplina femminile. Questa figura era chiamata gineconomo (in greco antico: gynaikonòmos, che significa letteralmente “ispettore delle donne”)!

Cosa possiamo imparare oggi dal “Galateo Greco”? Sicuramente il valore della misura (mèden àgan – nulla di troppo) e l’idea che la vera eleganza non risieda nell’esibizione o nell’eccesso, ma nel rispetto degli altri, nell’accoglienza sacra dell’ospite e nell’armonia tra il nostro aspetto esteriore e il nostro comportamento.

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